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Testi » Fotografia & Dintorni » Scheda Articolo

Greg Kahn:The Resurrection of Amalia Mendoza
Autore: Leonardo Muscas - Pubblicato il 04/12/12 - Categoria Fotografia & Dintorni
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The Resurrection of Amalia Mendoza è una storia di dolore e gioia, disperazione e speranza, morte e rinascita. Nel 2001, in Colombia, un terribile incidente d’auto produce un effetto assurdo e inaspettato che cambia in maniera radicale la vita di una donna. Amalia Mendoza, una persona solare, con una famiglia, gli amici, un lavoro, scopre, al risveglio dopo otto mesi di coma, di non avere più il volto. Il sinistro ha provocato un effetto tanto insolito quanto devastante. Ha scoperchiato il capo, falciando i capelli, disintegrando gli occhi e il naso, lasciando un buco dove prima c’era un viso. Arriva la morte, non quella del corpo - perché il nutrimento per l’organismo è comunque assicurato - ma una morte peggiore, quella dell’anima. La mancanza della vista è di per sé una menomazione importante; soprattutto se si realizza per un improvviso trauma, lascia risvolti psicologici che vanno oltre il danno fisico. Ma ciò che distrugge lo spirito di Amalia è la mancanza della faccia. Ci sono persone ustionate, sfregiate, in vari modi deturpate ma quello che è successo ad Amalia non capita a nessuno, è capitato a lei. La perdita del viso è anche la perdita dell’identità. Occhi che non esistono vedono una faccia che non c’è più. Amalia non può specchiarsi ma sa cosa è diventata e così com’è non riconosce se stessa: non si accetta – non può accettarsi. È un inferno immeritato che colpisce senza cercare peccato e, se anche questo dovesse esserci, senza proporzione tra colpa e pena. Per sette lunghi anni, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora, Amalia vive/non vive la sua condizione. Questa persona che ha perso lo sguardo non vuole che quello degli altri si posi su di lei. Non si mostra in pubblico, non può più relazionarsi con il prossimo. Desidera morire e la sua disperazione coinvolge chi le vuole bene, i famigliari soprattutto. Rocio Villa, la figlia maggiore, un giorno fa una proposta. È solo un’idea senza certezze, ma in un tunnel lungo e buio anche una piccola fiamma indica la direzione. Si chiama David Trainer, esercita a Naples, in Florida, ed è un medico specializzato in chirurgia plastica maxillo-facciale. Nel corso della sua carriera ha risolto molti casi, ma non complessi come questo. Manca un protocollo preciso e in itinere dovrà inventare soluzioni inedite. L’inizio del procedimento è però chiaro: occorre, avvalendosi di vecchi ritratti fotografici, ricreare, con un software che consente simulazioni tridimensionali, una protesi che rispetti l’originario aspetto della signora Mendoza e, soprattutto, che si adatti al cranio fortemente compromesso. Prima di procedere all’operazione vera e propria vengono fatte delle prove. Un prototipo di cera è testato apponendolo sulla paziente in modo da verificarne la compatibilità con la scatola cranica. Ma come fissare la protesi facciale? La soluzione del dr. Trainer consiste in dieci attacchi magnetizzati che ne garantiscono la tenuta. Dopo scrupolosi accertamenti viene il momento dell’operazione. Le ossa fragili non consentono l’applicazione di tutti i clip previsti ma solo della metà. L’equipe medico e la paziente rimangono in sala operatoria per tre ore. Quando Amalia si riprende dall’anestesia ha un volto nuovo. Il dott. Trainer è un perfezionista, non vuole fare una maschera ma una faccia. Appena le condizioni cliniche lo consentono, applica dei minuziosi ritocchi che rendono verosimile il risultato. Amalia torna a casa, in Colombia. All’aeroporto di Bogotà trova una folla ad attenderla. Oltre gli amici e i parenti, persone che la conoscevano appena o che non la conoscevano affatto la circondano per festeggiarla, le chiedono di raccontare la sua storia e le dimostrano il loro affetto. Toccano la nuova faccia che si rivela morbida al tatto e quasi non sembra finta. Anche gli occhi sono plausibili. Da allora Amalia Mendoza ricomincia a uscire, riprende i rapporti sociali, progetta di riavviare il suo ristorante. Si apre al mondo. Può sembrare incredibile tanto entusiasmo, tanta voglia di vivere in una persona che ha subito un trauma come il suo: nonostante lo straordinario risultato dell’operazione, la vista è perduta definitivamente, la faccia originaria non c’è più. “Sono felice. Dio mi ha dato una seconda occasione”. Sono le parole di Amalia Mendoza, morta nel 2001, recentemente rinata.                                                                                                                                            

Non è possibile restare indifferenti dinanzi alle immagini che ripercorrono questa drammatica storia. La fine, aperta alla speranza, allevia il turbamento di chi viola l’intimità di un dolore inesplorabile. Probabilmente, mentre indugia con lo sguardo sul viso devastato di Amalia, lo spettatore preferirebbe non vedere, perché l’immedesimazione che fa seguito alla conoscenza procura sentimenti intensi e pensieri contrastanti. Forse si chiede se sia giusto che un fotogiornalista dia un resoconto così crudo e offra ad occhi curiosi una vicenda così delicata. Non pochi reporter svolgono o hanno svolto il loro impegno in ambiti che riguardano difficili condizioni umane. Con soluzioni stilistiche molto differenti da quelle di Greg Kahn, Sebastião Salgado e W. Eugene Smith caricano di bellezza spesso pittorica situazioni che, nella realtà di fatto, belle non sono, sollevando il quesito della coesistenza della perfezione estetica e del dolore. Non si tratta – perlomeno per questi autori, sinceramente sensibili alla condizione del prossimo - di superficialità o ricerca del sensazionalismo sfruttando i diseredati della terra, ma di produrre immagini che si facciano guardare. Un fascino per la vista che rimanda, un istante dopo la meraviglia, all’attenzione per i contenuti. In altri contesti, un ancor più profondo travaglio interiore del fotografo costituisce l’ispirazione di lavori che scavano nell’insopportabile tragedia della malattia e della morte di una persona cara. Richard Avedon registra, in visioni quasi brutali nella loro apparente obiettività, i segni della sofferenza nel volto del padre, vicino al termine della propria esistenza. Maurizio Cogliandro segue, con il cuore prima che con gli occhi, la madre negli ultimi due anni di vita, coinvolgendoci, in Lidia, il cielo cade, nel suo diario intimo e famigliare. Potremmo quindi chiederci quale sia il rapporto tra l’immagine e il dolore, soprattutto come questo possa essere rappresentato in una disciplina come la fotografia che non può fare a meno del referente. E potremmo pure interrogarci sulle diverse ipotesi linguistiche idonee a presentare storie come queste. Ci sono fotografi, lo sappiamo, che concentrano tutto nel singolo scatto e altri che si esprimono meglio nell’immagine-sequenza, con una pluralità di sguardi narranti variamente collegati. A volte percezioni incastrate, frammenti di un mosaico che si ricomporrà alla fine, altre volte sequenze temporali. Kahn, che produce anche video, conosce la forza comunicativa del montaggio. È un reporter che coniuga testimonianza e narrazione, subordinando le soluzioni espressive alle esigenze del racconto. Chi conosce il suo archivio fotografico sa che il suo stile, esplicito e asciutto quando documenta storie drammatiche, diventa diverso, estetizzante persino, se l’argomento (riprese sportive, ad esempio) lo richiede. Nel reportage da cui è tratta la sintesi qui pubblicata, l’approccio è quello del testimone schietto che restituisce i fatti come sono, perché essi sono forti di per sé e non necessitano d’altro che di essere mostrati. Non si può dire, vedendo questo portfolio, che ogni singola immagine non sia di per sé efficace, ma l’insieme di esse è un valore in più. Il lettore che posa, anche solo distrattamente, il proprio sguardo sulla prima immagine della serie, è colto da un particolare senso di curiosità che diventa inquietudine non appena inizia a rendersi conto di cosa si tratta. Senza l’anticipazione d’informazioni di supporto, un particolare allarmante è suggerito  dall’immagine di apertura: cos'è quello? Un pezzo di faccia? E, scorrendo le foto una dopo l’altra, capisce che qualcosa di terribile è successo. Poi, un perfetto ritmo narrativo tiene sveglia l’attenzione sino alla conclusione del racconto. Con sobrietà e rispetto, lo stile “invisibile” di Greg Kahn, evitando sovrapposizioni inopportune, consente alla vicenda umana di Amalia Mendoza di dispiegare il suo potenziale e a noi di raccoglierne la forza con empatia piena.

(Leonardo Muscas)

Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d'autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.  Il copyright è di Greg Kahn. http://www.gregkahn.com/projects/the-resurrection-of-amalia-mendoza/







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