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Il fotogiornalista: tra Hansen, Pellegrin e Voisin.
Autore: Fulvio Bortolozzo - Pubblicato il 25/02/13 - Categoria Cultura Fotografica
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Oggi si mescolano nella mia mente tre figure tra loro differenti, ma tenute insieme da un filo che mi pare di intravedere. Penso a dei fotografi che usano per professione la fotocamera per informarci sui fatti che avvengono nel nostro mondo, giorno dopo giorno.

Il primo, Paul Hansen, svedese, ha vinto quest'anno il prestigioso World Press Photo. La sua fotografia ha fatto il giro del web, ne ho già scritto anche in questo blog e non sto quindi a ripubblicarla.

Il secondo, Paolo Pellegrin, italiano, acclamato fotografo della Magnum, è incespicato in una sgradevole polemica avviata dal blog BagNews Notes per una sua fotografia tratta dal lavoro "The Crescent", più volte menzionato e premiato.

Il terzo, Olivier Voisin, francese di origine coreana, è deceduto ieri in un ospedale di Istanbul per le ferite riportate in Siria giovedì scorso.

Quest'ultimo fotografo, Voisin, è stato all'origine di quel filo, anzi lo è stata la notizia della sua morte. La morte, vera, concreta, definitiva di una persona che per mestiere aveva scelto di fotografare la vita in tempo di guerra, quindi anche ciò che ne resta quando viene distrutta nei corpi e nei luoghi. Sul suo sito, http://oliviervoisin.fr, che invito tutti a visitare, si vedono molte fotografie riprese in varie parti del mondo. Non solo di guerra. Tutte però hanno in comune una forma visiva rispettosa di quanto può essere trattenuto dal quel meraviglioso congegno che è una fotocamera. Niente eccessi, niente cieli tempestosi, niente fotoscioppate "da paura", niente simbolizzazioni tirate all'estremo per inseguire chissà quale premio prestigioso. A conferma di tanta, oserei dire, "francescana" umiltà, trovo queste parole in una sua intervista rilasciata nel 2012:

"Se ho un dubbio su una foto, come per esempio l’interpretazione che se ne può fare nella stampa, la elimino. Le didascalie sono molto importanti: dove stavi, quando, con chi, cos’è successo ? etc. Ci ricordiamo spesso soltanto di una foto, quella che sarà sulla prima pagina, ma è innanzitutto una serie di foto che racconta una storia. A volte soltanto 4 foto sono necessarie, a volte hai cosi tanto da dire che ne utilizzi 40".

Ecco, pensando a Olivier, e guardando la fotografia vincitrice del WPP di Hansen, vedo una forzatura della retorica visiva che tradisce lo spirito dell'informazione, la imbelletta rendendola meno concreta, forse più guardabile, ma ormai preda della comunicazione, così come la vogliono i "sarti" dei media e delle giurie di settore. Però Hansen era lì, come Voisin. Quelle persone gli si sono parate davanti e il raw del suo file ritoccato lo può serenamente dimostrare. Non ha tolto o aggiunto nulla, ha stravolto la luce, ha "cerificato" le persone, cadaveri dei bimbi in primis, rendendoli buoni per il Museo Grévin mediatico, ma quel fatto è incontestabile. Per dare un'idea del paradosso che vedo nella situazione, ho fatto una elaborazione grafica della sua fotografia, di nuovo senza aggiungere o togliere nulla, e anche questa mia versione, a rigor di logica, potrebbe benissimo svolgere la stessa funzione informativa, perché pur nello stravolgimento visivo è pur sempre una traccia della sua presenza lì in quel tempo e luogo.

©Paul Hansen (from)


Pellegrin invece segue un'altra via. Svolge un tema, all'interno di una [com]missione Magnum (ché questa gloriosa etichetta "indipendente" sempre più spesso campa di commissionati...). Il destro lo dà la scomparsa, nei fatti, della potente industria Kodak, così come l'ha conosciuta la storia della fotografia. Il luogo è la capitale della Kodak: Rochester (NYC, USA). A Pellegrin tocca, o si sceglie, la parte "violenta". Una zona, The Crescent, che contiene una polveriera sociale: povertà estrema, microcriminalità elevata, sparatorie, bande, le solite cose insomma. Il tutto nella tesi di fondo che sia anche il declino della Kodak a favorire il degrado. Il tema è chiaro, non semplice però. Si tratta di raccogliere materiale e che sia materiale non consumato, né generico. Lo stile dell'autore è consolidato: forti contrasti in bianco e nero, inquadrature complesse, ma allo stesso tempo dinamiche e di immediata efficacia visiva. Il tempo stringe. I commissionati non possono durare anni. Pellegrin è uno dei guru del fotogiornalismo mondiale. Frotte di studenti e aspiranti fotogiornalisti lo assediano e si rendono disponibili ad aiutarlo nei suoi progetti, anche gratuitamente, pur di accedere al Verbo incarnato. Di questo divismo, non può non essere cosciente Pellegrin.

A fronte di ciò, l'ennesimo giovane di belle speranze, studente di fotogiornalismo si accoda e lo aiuta. Il giovane è un ex Marine, possiede delle armi, frequenta il tiro a segno. Bingo! Anche se non abita nella zona del Crescent, ma non troppo lontano, basta indurlo a farsi fotografare con l'artiglieria addosso e in un semioscuro garage per renderlo uno dei simboli del progetto, anzi quello più premiato. Peccato che il giovanotto non sia un africano sconosciuto, un asiatico senza fissa dimora, insomma uno dei comodi invisibili, sui quali si possono fare e disfare didascalie e notizie. Siamo negli States, in un angolo colto e molto attento alla cultura fotografica, in specie sui temi del giornalismo e dell'etica; l'escamotage viene a galla. Un caso di fotoscioppata delle coscienze, mi verrebbe da dire. Qui in Italia, eredi anche della vicenda Vernaschi, Pellegrin trova e troverà stampa disposta alla compiacenza. Siamo sempre il paese dove Macchiavelli nacque, patria del cinismo a tutto campo. Ma nel mondo anglossassone i nostri sgraziati giri di valzer con l'etica, figli di una cultura cattolica perdonista, non ispirano simpatia, checchè noi si creda. Furbate come questa di Pellegrin, con tutte le scuse e le attenuanti generiche dovute ad un grande fotogiornalista, non ci aiutano a conservare quel bene essenziale, più di ogni spread, che stiamo dilapidando: la credibilità.

In conclusione, un fotogiornalismo coraggioso, rispettoso dei suoi soggetti e della loro identità, scevro da ogni ambizione "artistica" ottenuta a colpacci di fotoritocco, davvero in grado di farci avere fotografie che assomiglino molto a quanto visto e capito da un testimone coinvolto, ma non cieco, o peggio consapevolmente omissivo, ci è più che mai necessario proprio ora che tutti sembrano impazzire di piacere per immagini il più distanti possibile da un mondo in cui troppo si sopravvive, invece di vivere. Ecco perché la perdita di un giovane come Olivier Voisin mi appare oggi così dura e difficilmente rimediabile.

(fonte notizie di Olivier Voisin: http://frontierenews.it/2013/02/siria-e-morto-il-fotoreporter-olivier-voisin/)
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