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Perché fotografiamo?
Autore: Dario Palomba - Pubblicato il 04/05/14 - Categoria Riflessioni
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Nel tentare di mettere la mia testa fuori dalla finestra, urtai contro qualcosa che sembrava una parete. Stupito dall’urto, ed ancora di più da così tanti misteri, arretrai di alcuni passi (...) Quella finestra, quel vasto orizzonte, quelle spesse nubi, quel mare in burrasca altro non erano che una “immagine”(Giphantie - Charles-François Tiphaigne de la Roche - 1760)
Già nel secolo precedente a quello dell'invenzione qualcuno sognava la fotografia.

Prima ancora, nel 1435, Leon Battista Alberti scriveva nel De Pictura: ...dove io debbo dipingere scrivo un quadrangolo di retti angoli quanto grande io voglio, al quale reputo essere aperta una finestra per donde io miri quello che quivi sarà dipinto.
Perché quest'ossessione per la riproduzione fedele della realtà? Perché dal XV secolo fino al XIX è stato tutto un rincorrersi di camerae obscurae e cloruro e nitrato e ioduro d'argento e vapori di iodio e di mercurio? Qualcuno, c'è da giurarci, ci sarà anche rimasto intossicato.
Eppure riuscire ad intrappolare e conservare l'immagine della realtà è stato (ed è) per gli uomini un pensiero fisso.

Quale strana emozione provoca un clic di otturatore? Avete fatto caso che il clic delle fotocamere digitali è per lo più finto, riprodotto da un piccolo altoparlante? Solo le attuali macchine reflex digitali provocano davvero il rumore, dovuto allo spostamento dello specchietto interno.
Quel rumore è necessario perché segna il momento in cui mi sono appropriato di parte della realtà davanti a me.

Sulla pagina di login di Instagram c'è scritto: Immortala e condividi i tuoi momenti più belli.
Immortala, un clic mi dà la facoltà di donare l'immortalità a quello che fotografo e di poterlo mostrare al mondo. Un semplice clic mi dona poteri magici che non sapevo di possedere. (Inoltre Instagram mi dona anche un'altro magico potere: quello di migliorare la realtà attraverso i filtri).

Ma quali sono i risultati? Senza voler giudicare le immagini conservate su Instagram o su Flickr, osservo solo che la grande maggioranza dei miliardi di file immagine immagazzinati su server on line o pubblicati su siti di condivisione sono visualizzati da chi li ha pubblicati e dai suoi amici.

Su Wired, il 25 Aprile scorso, è stata pubblicata un'intervista a tale Donatella Sedda, scritta come una recensione del lavoro di un'artista emergente. L'intervistata, cui appartiene la foto di questo articolo, ci confida i suoi segreti: "All’inizio usavo i filtri che Instagram metteva a disposizione. Non mi interessava il lato artistico di Instagram: per me era unicamente una testimonianza per immagini di quello che stavo facendo o vedendo in un dato momento, da condividere con gli utenti di Twitter"

Una volta c'era il fotografo, ora è un mestiere del passato. Oggi tutti "fotografano". Tutti hanno cominciato a provare l'ebbrezza di appropriarsi di una fettina di realtà. Un pezzettino di mondo da far vedere, pardon da "condividere". Le fotografie hanno cominciato a perdere valore (non che ne avessero avuto tanto in passato) e, fateci caso, hanno cominciato a diventare il rivestimento, la carta da parati dei siti web, dei giornali, delle strade, del mondo.
Eppure se ne scattano ancora, sempre di più. Il 10% di tutto il patrimonio fotografico mondiale, partendo dal primo scatto di Niepce del 1826, è stato scattato negli ultimi 12 mesi. Così dichiarava un articolo scritto nel 2011, oggi quella percentuale sarà certamente aumentata.

Perché si scatta così tanto?
Una volta il fotografo professionista doveva vendere per campare, quindi si preoccupava di fare foto che sarebbero state accettate dal cliente.
Oggi non più, tanto la foto me la scatto, me la correggo, me la carico sul social e me la guardo. Stiamo diventando tutti sempre più autoreferenziali e bulimici.

Susan Sontag nel suo saggio Sulla Fotografia sostiene che: ... l'atto di fare una fotografia ha qualcosa di predatorio. (...) Col tempo la gente può imparare a sfogare la propria aggressività sempre più con la macchina fotografica e sempre meno con la pistola, e il prezzo sarà un mondo ancor più ingorgato di immagini.

Dario Palomba

La foto, di Donatella Sedda, che illustra questo articolo si trova a questo indirizzo


Questo articolo è stato pubblicato su minimaphotographica.it

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