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Testi » Riflessioni » Scheda Articolo

Non siamo i figli di Cartier Bresson
Autore: Gabriele Orlini - Pubblicato il 13/05/14 - Categoria Riflessioni
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Fotografia: come ben sappiamo il suo significato è letteralmente “scrittura con la luce” (composizione delle parole greche phôs – luce e graphè – grafia); e con il termine Fotografia si va a indicare sia la tecnica o il processo quanto l’immagine realizzata e, per sua estensione, il supporto che la contiene. Non viene fatta altresì una distinzione, in termini puramente lessici, tra una Fotografia realizzata per mezzo di emulsione chimica e quella ottenuta per mezzo di un sensore digitale. La Fotografia, dopo quasi due secoli di vita, ancora non fa alcuna distinzione etica tra analogico e digitale, tra reflex, mirrorless o smartphone. Ma la Fotografia definisce semplicemente il concetto di base (scrivere con luce) e non si preoccupa di come questo avvenga e, sopra ogni cosa, non si preoccupa affatto di “cosa viene fotografato e come”. Questo compito viene relegato al Fotografo che ha la piena responsabilità dell’immagine realizzata. Quanto definito sopra ha il solo compito di esporre una delle diatribe oggi molto in voga: l’utilizzo spasmodico delle nuove tecnologie in campo fotografico; per farla breve: tutto quello che viene realizzato per mezzo di smartphone. Firme molto autorevoli nel gota della fotografia in Italia danno sfogo alle loro capacità analitiche e di competenze circa l’etica nell’utilizzo dei photofonini nel proporre contenuti anche in termini giornalistici alle redazioni dei (pochi) giornali ormai interessati alle pubblicazioni, additando che “mai e mai è da considerare etico una immagine realizzata per mezzo di automatismi digitali e software in grado di alterare senza controllo colore e atmosfera” (cit.) Personalmente ritengo che questa sia una visione quantomeno semplicistica del problema – se di problema si tratta. Sarebbe come dire che, per poter esser presa in considerazione (da chi poi?) una fotografia debba per forza essere realizzata attraverso mezzi idonei all’etica della fotografia stessa senza però definire quali siano questi mezzi. Ogni persona di buon senso, credo, avrebbe non poche difficoltà nel creare questo tipo di distinzione. Forse una risposta, seppur non conclusiva, ci viene data dal colosso per credibilità nel panorama della fotografia mondiale: il 1 giugno scorso, la Magnum Photos – agenzia delle agenzie -, ha ufficializzato la nomina di un ragazzotto statunitense di nome Michael Christopher Brown, fotografo eclettico, ottima preparazione accademica, di professione reporter. Un curricula come tanti altri professionisti ma, a differenza di tanti altri suo colleghi, ha dimostrato un’innata apertura verso stili e tecnologie alternative nel moderno giornalismo. Michael Christopher Brown, oggi, utilizza prevalentemente uno smartphone per i suoi servizi di reportage, e nello specifico fa uso di Hipstamatic come software di cattura delle immagini. Alla Magnum questa cosa è piaciuta, le sue fotografie sono straordinarie, narrano storie nude e crude, hanno uno stile personale frutto di esperienza e – forse molto importante – sono comunque il frutto del tempo in cui vivono, quindi, anche per questa ragione, di facile lettura anche per i non addetti ai lavori. Ma nonostante questo c’è ancora chi nel gota della fotografia considera (giustamente, a sua opinione) la fotografia realizzata per mezzo di smartphone “…un progetto di social marketing altamente tossico per l’educazione all’immagine fotografica.” (cit.) Ecco, forse, questa ultima considerazione potrebbe introdurre un argomento che mi è sempre piaciuto considerare “l’argomento” nella fotografia: il suo contenuto. Cosa la fotografia esprime, cosa e se la fotografia racconta, rappresenta, informa, emoziona, documenta, denuncia, illustra, e via discorrendo. In questi ultimi tempi dove la poesia della pellicola è stata completamente sovrastata dalla naturale dimensione del digitale, quando la fotografia è ufficialmente considerata un fenomeno di massa, ciò che più emerge anche nelle immagini professionali e amatoriali è troppo spesso la pochezza o la mancanza di Contenuti. La mia personalissima opinione, da essere pensante e da fotografo, è che nel momento stesso in cui una Fotografia viene considerata nel fine dell’apparecchio che l’ha realizzata e non sul suo (eventuale) contenuto allora avrà luogo il fallimento della Fotografia stessa, nella sua definizione di “scrittura con luce” e potremo iniziare a parlare esclusivamente di “realizzazione di immagini”. Tutti noi, che non siamo i figli di Cartier Bresson ma del tempo nel quale cresciamo, forse dovremmo iniziare ad augurarci “Buone idee” e non “Buona Luce” perchè la luce…bè, quella è ormai scontata ;-) (Testo di Gabriele Orlini, pubblicato sull’editoriale del Trieste Photo News, anno XXV n.1 sett/ott 2013)
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