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Testi » Riflessioni » Scheda Articolo

Noblesse oblige
Autore: Fulvio Bortolozzo - Pubblicato il 05/06/15 - Categoria Riflessioni
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Se c'è un'esigenza profondamente umana è quella di esibire un'identità. Non importa quale purché sia la migliore possibile, quella più raggiungibile e mantenibile nel tempo senza che si possa facilmente svelarne la finzione. Perché ogni identità, per sua natura, è una finzione. Nel gioco di ruolo sociale dei rapporti umani, l'identità è una precondizione irrinunciabile.

Così, vestirsi in un certo modo, atteggiarsi in un tal altro, adornare con certi oggetti il corpo, muoversi in una particolare maniera, sono tutte espressioni, persino involontarie, di identità. Danno l'innesco alla relazione con il prossimo e nutrono il pregiudizio, cioè quella opinione che sta all'inizio di un percorso di conoscenza o del suo rifiuto.

Sarà forse per questi motivi più universali che anche nel piccolo mondo fotografico assume un'importanza identitaria rilevante la strumentazione adoperata. Basta frequentare circoli, social network, gruppi, per rendersi conto che sul pianeta Daguerre esistono tante tribù, non ancora scoperte e studiate dagli etnologi.

Il feticcio identitario che riunisce gli adepti è la macchina, o meglio l'adorazione del suo marchio. Così abbiamo nikonisti implacabili, canonisti bilanciati, pentaxiani residuali e via così, forse con le sole eccezioni di marchi minori. Non conoscono cosiniani, difatti la Còsina si è rassegnata e si è comperata i diritti su un marchio venerabile, Voigtländer, per recuperare dei fedeli.

Ma qui siamo nel parterre. Ai piani nobili abitano i fortunati adoratori della Leica (rigorosamente quella a telemetro), i fanatici Hasselblad, gente tetragona quest'ultima. Poi ci sono tribù giovanili di tendenza, modaiole e finto poveriste come i lomografi, che amano una copia sovietica malfatta della Minox 35, o gli holganiani, che si sentono artisti usando una schifezza di fotocamera cinese che le generazioni dei loro padri deridevano.

In ultimo, ma non per ultimo, ora imperano gli ultraconnessi della iPhoneography. Usano l'iPhone, ci fanno fotografie che volentieri maltrattano, pardon "postproducono", con le app e che poi diffondono, quasi sempre subito, sui social, Instagram su tutti. Il vezzo di questi ultimi è di dichiarare la numerazione di iPhone adoperata. Se oggi usi la 6 sei Up, se usi la 5 sei Out. Ovviamente chi usa Samsung, Nokia (RIP) o, peggio, Huaewi, sta ben zittino.

In tutto questo agitarsi tribale vedo tanta antropologia possibile, molta meno fotografia praticabile. Non ricordo difatti alcun fotografo che sia stato riconosciuto nel tempo per la qualità del suo lavoro che abbia messo davanti a se stesso un marchio. Leica a parte, of course, ma, si sa, Noblesse oblige.
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