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Testi » Riflessioni » Scheda Articolo

In compagnia di Godot
Autore: Fulvio Bortolozzo - Pubblicato il 26/06/15 - Categoria Riflessioni
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Dal 1839 uno spettro si aggira per l'Europa e non solo. No, non è il comunismo, ma oggi preoccupa molto di più, perché quello è storicamente defunto, mentre la fotografia, ribelle ad ogni religione visiva, incontrollabile dalle gerarchie, conosce una crescita sempre più esponenziale nella sua pratica e diffusione.

Nulla sembra poter fermare il fotografico. Travolge professioni, tradizioni, classi, ogni possibile argine culturale, politico, economico. Non resta che un'ultimo baluardo, forse insormontabile: la legalità.

Nasce nei consessi più preoccupati di difendere la loro supremazia sociale, non importa di quale natura essa sia, la necessità di nascondersi dietro delle leggi che imbriglino, e finalmente dominino, questo cavallo selvaggio.

Come ai tempi di Al Capone negli States, oggi in Europa si briga per far approvare leggi sul diritto all'immagine che impediscano fino allo strangolamento l'uso libero di una fotocamera e dei suoi derivati. La scusa è quella economica, il mitico sfruttamento commerciale. Oggi che la politica e la morale vivono i loro peggiori momenti storici non resta che il soldo a riunire i proibizionisti in modo "credibile". Si sa, l'invidia sociale è una molla autorepressiva quasi infallibile.

Porta via quasi tutto, ma la miseria che lasci fai in modo che venga contesa tra i miseri.

Già non poter fotografare nei luoghi pubblici una persona, un minorenne poi non ne parliamo, senza incorrere nell'ignoranza diffusa è sempre più problematico. Se anche si aggiungono certi monumenti o certe aree che pretendono l'esclusività iconica, siamo a posto. La via è tracciata, alla sua fine non resterà che scattarsi dei selfie al chiuso di una stanza vuota lasciando scritto, a tutela degli eredi in caso di propria morte improvvisa, che ci si era da se stessi autorizzati a farlo, in piena capacità di intendere e di volere.

Sto rivalutando Prince, non il cantante, l'altro, l'artista che ruba fotografie ai fotografi per darle ad un ricco (se medesimo). In fondo è davvero un eroe del nostro tempo. Bisogna che lui possa derubare chi vuole perché solo così ciascuno sarà libero di fare altrettanto in ogni situazione. Il proibizionismo montante chiede gaglioffi che lo violino sempre più spericolatamente. Aveva ragione Ando Gilardi, davvero meglio ladri che fotografi.

Da oggi chiamatemi ladro, ruberò fotografie di ogni soggetto che vorrò e ne ricaverò tutto il profitto commerciale che potrò. Poi sparirò nella foresta di Sherwood in attesa che Re Riccardo torni dalla sua guerra santa... magari in compagnia di Godot.
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