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Testi » Fotografia & Dintorni » Scheda Articolo

Due attori e una macchina fotografica: il viaggio di uno spettacolo in una tesi di laurea
Autore: Rossella Viti - Pubblicato il 11/01/11 - Categoria Fotografia & Dintorni
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La tesi racconta di come un'azione teatrale si sia sviluppata intorno al tema della fotografia e di come l'abbia coinvolta nel gioco scenico, spostandola a proprio piacimento tra il piano del tema narrato e quello del soggetto narrante...

Scrivere una tesi di laurea sul proprio lavoro teatrale è un modo di ritrovarne, raccontando, le radici fondanti, dopo che un processo creativo le ha trasformate in azioni, testi, immagini e poetiche di uno spettacolo come Visti dall'Alto - due attori e una macchina fotografica. Ma è anche una preziosa occasione di riflessione sulle possibilità della ricerca artistica che corre trasversale ai linguaggi della scena e delle arti, di cui questo spettacolo, messo in scena dal Vocabolomacchia teatro.studio, porta il segno inequivocabile in una drammaturgia che chiama la fotografia ad una presenza attiva, tracciando un inusuale rapporto tra l'agire dell'attore e la presenza dello spettatore, invitato a far parte della scena sin dal suo ingresso nella sala teatrale.

Viaggiatore, tu che cerchi l'incerta traccia, sei tu che segni il percorso...

In Visti dall'Alto l'idea del viaggio è centrale, un viaggio reale nel tempo della rappresentazione teatrale, uno immaginario nei luoghi della rappresentazione. In ogni caso si fa appello alle facoltà percettive dello spettatore prima ancora che a quelle cognitive, indicando che il tempo della narrazione coincide con quello della sua presenza, e che seguire l'attore equivale a tracciare una nuova personale impronta. Un'impronta che in questo spettacolo è duplice, perché a quella invisibile, al percorso a cui sempre è chiamato lo spettatore teatrale si aggiunge quella fotografica, un'impronta di luce e corpo.

Il paesaggio che l'uomo abita e trasforma è l'oggetto del viaggio, un paesaggio che non rivela soltanto spazi e geografie, ma anche chi le attraversa, uomo o animale che sia, trasformandolo a sua volta in 'luogo'. Nel viaggio si impone su tutte la visione dall'alto, quasi lo spettatore si spostasse in un comodo aereo, salvo poi scoprire che ci si sposterà come un uccello, un predatore, dal volo teso, orizzontale, circolare, verticale, rasoterra. Una visione che si allarga e si restringe fino a far toccare gli estremi, dal grande al piccolo, dal generale al particolare, quando nell'ingrandimento del dettaglio si potrà riconoscere il mondo in un microcosmo. Allora con le città e le campagne, i deserti e le costruzioni, diventano paesaggio da scoprire anche i volti e le relazioni, e tutto ciò che come corporeità subisce e tenta di governare il passare del tempo.

L'immagine che muta è l'indizio di questo inarrestabile passaggio e la fotografia ne sembra l'oggettiva testimonianza. Ma in questo viaggio, proponendosi come medium, la fotografia si chiama in causa come strumento capace tanto di documentare quanto di manipolare, di riscrivere ogni cosa secondo il proprio linguaggio, di mostrare e di celare. Una contraddizione? Si direbbe piuttosto una complessità che rende giustizia all'uomo che osserva, seleziona, sceglie le sue immagini, con o senza la macchina fotografica in mano, e al paesaggio di cui l'immagine è indizio: il mondo, un luogo vivo, denso di tensioni e conflitti, battaglie e amoreggiamenti, di cause ed effetti.

Immagina per un momento che tutto ciò che stai guardando, improvvisamente sparisca...puf, non c'è più luce, buio, nero, non vedi più! .... ma il mondo che stavi guardando è ancora lì, intorno a te, le cose, le persone, tu stesso seduto su una sedia. Ascolta, tutto ha un suono e guarda, guarda con la memoria e con la fantasia, quante immagini scorrono dentro di te? vuoi fermane una? si, come una fotografia, osserva e scatta. Click. Di certo non la dimenticherai. Ora riapri gli occhi, il viaggio ha inizio.

L'invito è chiaro, il viaggio non può essere passivo, il viaggiatore è chiamato ad assumere, a scegliere tra diversi punti di vista, se e dove fermarsi a guardare, a intervenire, entrare, agire nel mondo, essere nella rappresentazione. In analogia con le scelte di un fotografo, potrà scegliere il suo punto di vista con gli obiettivi e le focali più adatte, un teleobiettivo? un grandangolo? e poi attraverso l'inquadratura e la luce con cui 'guardare' quell'angolo di mondo e prenderne l'impronta. Talvolta l'immagine è quella della scena davanti a sé, il movimento degli attori, le immagini proiettate sullo schermo, talvolta è dentro di sé, ma è sempre viaggio.

Come in un cerchio che si chiude, come in un ritorno in cui ci si scopre cambiati, lo spettatore assiste infine all'ultima visione, per scoprire che mentre lui giocava con il suo modo di osservare il mondo quel viaggio teatrale lo stava guidando ad incontrare la propria immagine.

Allora la visione dall'alto che si riflette nelle parole della Sontag, quello sguardo distante che sa mettere il mondo in un'immagine ma che non è più in grado di ri-conoscerlo e viverlo pienamente, viene rovesciato con Visti dall'Alto nella ricerca di nuove visioni, o possibilità dell'andare. Dall'alto al basso, dal generale al particolare, nella dinamica linea diagonale o con passi lenti e ad occhi chiusi, il cammino è sempre un processo di avvicinamento che forse offre altre chiavi di lettura, di conoscenza, attraverso l'esperienza di sé e dell'altro, nel tempo del teatro e nello spazio di una fotografia, un tempo-spazio aperto a dare conto al tempo stesso di chi viaggia per conoscere e di chi 'è viaggiato' per essere conosciuto. Un principio e un orientamento dell'antropologia culturale e sociale moderna, dove non c'è conoscenza senza vero viaggio. Rossella Viti


Per andare alla tesi e ai taccuini fotografici visti dall'alto 2007/2010 vai su
macchiaOff 
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