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Franco Carlisi. Il valzer di un giorno e altre opere.
Autore: Leonardo Muscas - Pubblicato il 24/02/11 - Categoria Recensioni libri
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Franco Carlisi. Il valzer di un giorno e altre opere.

La sintassi e la grammatica verbale consentono di raccontare il presente, il passato e il futuro. Fatti già accaduti, o che si pronostica avverranno, possono essere narrati con le parole. Anche col pennello si può dipingere, andando a memoria, qualcosa che si è visto in precedenza o che si è solo immaginato. Con la musica e il suo alto grado di astrazione si possono comunicare emozioni indefinite e indefinibili.

Ma con la fotocamera, per intrinseca costituzione, si catturano, nel momento dello scatto, le immagini del tempo presente. C’è un referente davanti all’obiettivo e la tecnologia da sempre si è evoluta nella direzione di una registrazione nitida, precisa, dettagliata delle figure del mondo: grana fine, megapixel, ottiche ad alta risoluzione.

La macchina fotografica è quindi, nella coscienza dei più e nell’uso che la maggioranza fa di questo strumento, quello meno adatto per portare sulla scena storie che non siano descrizione di realtà immediatamente riconoscibili o di fatti acquisiti nel momento del loro accadere.

Come agire, allora, se si vuole comunicare qualcosa che la fotografia, per caratteristiche tecniche e linguistiche, non dovrebbe poter realizzare?

Racconta, Franco Carlisi: “Ho vissuto l’infanzia in una stradina polverosa di un piccolo paese a costruire altari di sassi. I sassi avevano forme semplici. Complicate dalla mente e dal cuore, raccontavano storie segrete, in intimo dialogo con l’anima. Aggiungendo e sottraendo realtà all’immaginario le mani davano forma a un desiderio latente che conteneva un futuro. (…) Ora che il sentimento dell’assenza esiste, sono tornato a cercare i miei sassi e infiniti rettangoli si sono impressi nel fondo dei miei occhi, sguardi sospesi sui silenzi dell’esistenza, sogni sognati anche da altri (…)".

Il miracolo compiuto dall’Autore di Altari di Sassi sta nella libertà dello sguardo, che si emancipa dalle regole a favore del sentimento. Ritrovato questo, trova anche il modo per trasmettercelo. Legislatore di linguaggi, abroga la funzione descrittiva propria dello strumento che usa, rifugge da una registrazione fedele e incisiva delle figure, a vantaggio di una ricognizione interiore, tradotta con efficacia in immagini dai contorni imprecisi, sfumati anche nel senso. Artista della sottrazione, toglie informazioni per creare emozioni. Scrive poesie di luce, con bianchi improvvisi che bucano neri assoluti. Queste foto, sfocate, mosse, sono la perfetta imperfezione che suggerisce plurimi racconti possibili e non ne afferma uno prevalente.

Ma se questo è “… un lavoro (…) sullo smarrimento dell’identità e sul bisogno di recuperare la memoria … “ (Carlisi), un ulteriore indicativo tassello del costrutto dell’Autore è Iàvàivòi. È il grido (che dà il titolo a questo secondo libro) con cui Davide, che vive con la moglie Anna in una masseria di Grangifuni, richiama gli animali di cui si occupa. È un reportage su una piccolissima comunità multietnica, isolata e seminascosta nei pressi di Agrigento, alla quale Carlisi restituisce la visibilità che il mondo rurale ha perduto nella società industriale e urbana. Il Fotografo viene accettato nella intimità della casa. Attende il ritorno dai campi dei protagonisti, la sera, quando le luci fioche del crepuscolo richiedono l’aiuto di quelle artificiali per creare, insieme, la base su cui egli inizierà a lavorare. Da questo momento in poi Carlisi guarda, vede e fotografa.

Se, nella precedente ricerca, l’Autore miscela realtà e immaginazione in un sogno visionario dal sapore (anche) autobiografico, in questa narra una storia altrui. Ci si potrebbe aspettare, quindi, un approccio diverso, più tradizionale, nel tracciato di una documentazione classica che riporta con dovizia di particolari i fatti, le cose, le persone.

Invece, anche qui, pur con certe differenze – una è l’introduzione del colore, ma anche l’accostamento ai suoi ospiti con discrezione, in punta di piedi, produce effetti significativi non rinnega le principali soluzioni linguistiche coerenti con la sua poetica e affronta con queste l’impegno del racconto.

Non segni di stile come scelte estetizzanti ma il bisogno di entrare nelle cose per vederle meglio. Per “eliminare la barriera che lo separa da quanto sta guardando” (G. Foschi), andando oltre la superficie. Le visioni indefinite che ci offre, queste “istantanee lunghe” dove il momento decisivo è dilatato a restituire strisce di figure mosse, ci spingono verso ipotetici derivati narrativi che ci dicono di più di un resoconto preciso e chiuso.

Il walzer di un giorno – l’ultima recentissima fatica editoriale, il cui titolo richiama il disco del cantautore Gianmaria Testa - è il ballo a cui partecipano tutti gli attori, protagonisti e comparse, sul palcoscenico del matrimonio. Ognuno improvvisa, nella versione di questo libro, e la vicenda si estende oltre le quinte. Anzi, sembra che proprio fuori dalla scena ufficiale si svolga l’impresa fotografica. Quella che, in accordo con le parole dello stesso Carlisi, possiamo definire “un’indagine sul mistero della vita e dei sentimenti forti “ che si manifestano “in uno dei riti di passaggio fondamentali della nostra società”. Anche questa volta l’Autore è, in un certo qual modo, eversivo. Quando non deroga alle norme linguistiche, contravviene nella scelta delle cose e dei momenti. Qui non troviamo lo scambio degli anelli, il taglio della torta o le pose di gruppo previste dal copione del perfetto album fotografico matrimoniale, ma gli accadimenti fuori regìa. I tempi che precedono e quelli che seguono la celebrazione del rito, ma anche quelli durante lo svolgimento della cerimonia, purché non codificati, imprevisti, sono oggetto dell’attenzione del Fotografo. Testimone privilegiato, gli è consentito di muoversi liberamente. Così ne approfitta e, durante la vestizione della sposa, coglie, impudico, un accessorio d’abbigliamento altrimenti nascosto, la cui vista non era riservata né a lui né a noi. Ma nessuno si offende, è chiaro a tutti che lo sguardo è curioso ma non oltraggioso. Il Fotografo, sensibile, conosce il delicato equilibrio tra scoperta e rivelazione. Agisce scegliendo, di volta in volta, l’azione, l’attesa, l’enigma, il dettaglio o la visione d’insieme. Narratore puro, seleziona, dal suo personale vocabolario visivo, i termini e le espressioni più giuste per la costruzione del racconto. Non è necessario, in questa storia, ricorrere, in ogni immagine, alla trasgressione visiva a cui ci ha precedentemente abituati. Di quando in quando lo fa, ma qui c’è posto soprattutto per le istantanee. In un momento senza tempo si guardano negli occhi padre e figlia. Lei, sposa, è nell’auto. Lui, da fuori, cerca il contatto anche con la mano, posata a palmo aperto sul finestrino chiuso; il volto di lei, visibile quanto basta dietro il vetro, si fonde appena con quello riflesso del genitore. Storie di sguardi? Altrove tre signore mirano - sorprese, stuzzicate, non lo so - una persona (lo sposo?) di cui non vediamo l’aspetto (è di spalle) e ci lasciano con intriganti curiosità irrisolte. E c’è anche una sposa bellissima in doppia pagina; al suo seguito una scia di ombre misteriose …

Non tento neppure di descrivervi la bellezza lieve della foto scattata a Taormina nel 2006, di quella a Licata nel 2008 o le composizioni riuscite di Catania 2006, di Comitini 2008; né posso trasmettervi a parole l’emozione che suscita la foto di una sedia a rotelle con i fiori sul sedile al posto della persona o il saluto all’anziana parente allettata che non può andare alla cerimonia. Le immagini vanno vissute vedendole e un resoconto verbale non rende merito.

Posso però annunciare, in una lista non esaustiva, che in questo libro c’è il sorriso, il pianto, lo stupore, la gioia dell’evento e il dolore del distacco. E poi: una giarrettiera, il fuoco, l’acqua e, indicando qualche pagina laddove è più difficile essere creduti, uno sposo che vola (p.157), un prete in corsa (p. 132), un serpente (p. 109), un marito defunto (p. 65) e Barack Obama (p. 145).

Non sono, i tre volumi di cui ho accennato, le uniche pubblicazioni di Franco Carlisi. Noto anche come direttore del periodico Gente di Fotografia, affianca la riflessione teorica alla produzione fotografica. Ha al suo attivo numerosi riconoscimenti e una felice attività espositiva, in Italia e all’estero. Conferma, lavoro dopo lavoro, una poetica visuale fatta di attenzione e sensibilità. Uno sguardo libero che consente di scompaginare le regole del gioco per ricomporlo nei suoi universi narrativi, aperti e singolari.

(Leonardo Muscas)

Il valzer di un giorno. Edizioni Polyorama. Foto in b & n di Franco Carlisi. Testi di Vito Bianco, Andrea Camilleri, Antonino Pusateri, Gianmaria Testa. Copertina cartonata. Rilegatura in filo refe. Pagine: 210. Dimensioni: 25 x 33 cm. Prezzo: € 32,00.

Iàvàivòi. Edizioni Gente di Fotografia. Foto a colori di Franco Carlisi. Testi di Gigliola Foschi e Gaetano Savatteri. Copertina cartonata. Rilegatura in filo refe. Pagine: 120. Dimensioni: 24 x 34 cm. Prezzo: € 29,00.

Altari di Sassi. Edizioni Gente di Fotografia. Foto in b & n di Franco Carlisi e testo, in quarta di copertina, dello stesso Autore. Copertina cartonata. Rilegatura in filo refe. Pagine: 64. Dimensioni: 17 x 24 cm. Prezzo: € 20,65.

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