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Fotografi » Nord » Scheda personale di: Francesco Arena

Francesco Arena
Genova - Genova - Liguria
Classe utente: Fotografo
L’IMMAGINE ASSEDIATA
di Francesco ARENA

L’artista genovese Francesco ARENA lavora alla rappresentazione effettuando un affondo erotico/emozionale nell’immagine. Impossibile non rilevare una sequenza di paradossi, messi in atto nell’opera. L’identità forte di attivatore, da una distanza progettuale, di processi tecno-linguistici originali, leggibili negli esiti dell’opera, si dilegua nel contatto ravvicinato con il corpo dell’immagine, al cui rituale di ripresa l’autore partecipa intimamente.
Vien fatto di chiedersi se è il suo corpo che perde carnalità nel partecipare della natura dell’immagine o se è l’immagine che diventa carnale nelle manovre di aggiramento e di assedio, messe strategicamente a segno dall’artista/regista. Il suo modo di scrutare, senza mai diventare voyeur, entra nell’ambiguità dell’immagine, per svelare i preconcetti dell’apparire nei confronti dell’essere. L’ambiguità visiva, insita nella natura della rappresentazione, diventa fisica, dal momento che, nell’ipotesi dell’artista, ogni rappresentazione presuppone uno specchio su cui l’evidenza dell’immagine riflessa rivaleggia con il soggetto/oggetto del reale, fino a metterlo in questione, per tentare di sostituirsi ad esso. Francesco Arena è figlio, incantato o esasperato, della civiltà dell’immagine, prodotta e diffusa nelle trappole di superficie della rete informatica, un’immagine la cui identità è un mutante della dissimulazione. La vera identità che traspare non è quella dell’artista, né quella del modello, ma inequivocabilmente quella dell’opera fotografica in divenire. A pugni stretti, a occhi spalancati, l’autore guarda negli occhi dell’immagine che lo guarda, nella dentatura armata di una bocca onnivora. I suoi attacchi di sensorialità sembrano voler strappare il corpo al processo di derealizzazione progressiva e invadente del virtuale, alla crudezza iperreale, messa asetticamente in scena dalla pubblicità, nell’intenzione di dare emergenza all’insondabilità di un io mutevole, cangiante come il riflesso di un’iride in pieno sole. Dov’è l’Arena più autentico:… nella cristallizzazione plastificata delle Still Life for Lifelike People o negli affondi liquidi delle Emergency of Beauty dei Circular Bodies e dei Luoghi di Tempo?
Quando solo due centimetri separano l’artista dal soggetto da fotografare, cosa induce lo scatto fotografico? Quale parte ha la macchina nel rapporto stretto tra colui che la impugna come un’arma e la vittima complice? Il Rosso, colore, calore, simbolo, tensione, stato d’animo, diventa protagonista nella ricerca e nella perdita di una messa a fuoco, che è anche fuoco metaforico, che cattura e fa letteralmente ardere e liquefare l’immagine.
Sempre forte e intenso è il dialogo che si instaura con lo spettatore di fronte alla proiezione muta della prima versione dei video Respiri (2003-2006), girati in riprese Live, ad inquadratura fissa su bocche femminili e maschili, che respirano come in situazione di apnea, evidenziando la funzione fisiologica, in rapporto a un tentativo impedito di comunicazione con l’esterno. Significativamente monocromo e astratto è il fondale giallo, su cui campeggiano i volti di ragazze/ragazzi, investiti di una vampata di luce, inevitabilmente rossa.
Nella sua avventura quotidiana con l’immagine, nel suo affondo in una realtà in divenire, che lo circonda e di cui fa parte, l’artista sembra ricercare scene primarie della sua esistenza, traumi o estasi visive, origine delle ossessioni che lo abitano, in cui abita e a cui dà incessantemente forma.
Compone e scompone, compatta e frammenta, per mettere in scena possibili rappresentazioni dell’io del corpo, fantasmi carnali di un desiderio della scoperta di verità impossibili, indefinibili e infinite al tempo stesso. La radicalità abissale dei suoi naufragi nel Rosso è proprio tutto questo avvicendarsi di languori e sensorialità estreme, spinto al limite del percepibile, sul bordo di un esorcismo del vuoto, di un sentire deprivato di calore e di senso. Ricorrendo alla maschera del metaframmento, persegue uno smarrirsi nel mare dei fotogrammi, come in un dilagare irrefrenabile di segni, gesti, posture, trasalimenti. Il suo identikit di un corpo è più vòlto a sottrarre indizi che a produrli, a stimolare interrogativi che a fornire risposte, a perdere i connotati che a fissarli. Cupa o dorata, notturna o solare, adulta o infantile, maschile o femminile, è sempre Rossa la sua modalità del sentire.
Demistificatore dell’apparenza, alla fine Arena ne traccia la mitologia, riuscendo a formalizzare un modo luministico-pittorico del far fotografia, che non passa dal pennello, neppure dal pixel, ma dall’occhio, che impressionato dal reale, scrive un diario di flash, una sequenza di set, dove l’epidermide della società dello spettacolo viene drammaticamente sfondata ed esteticamente rifondata in una rappresentazione epico-erotica dell’intimo. Declina l’idea di profondità, di piega, di palpeggiamento e strizzamento per sconfessare il glamour brillante e falsamente turgido della superficie, suggerendo l’oltre, la fluida, morbida oscurità dell’orifizio, dell’interstizio.
Nella sua psicanalisi della pubblicità, in una società di massa, che invita a sentirsi al centro dell’attenzione, circondati dall’ammirazione – è il tutto intorno a te della telefonia mobile – innesta un moto di ralenti, di isolamento, di monologo interiore. Quanto spazio lascia la sua rappresentazione all’osservatore? L’autore si sostituisce a chi guarda o gli indica una strada per vedere quello che lui stesso ha dentro? L’intenzionalità dell’autore, accostata al procedimento tecnico, prevarica il pubblico? Le immagini producono effetti di risonanza nell’altro o si dissolvono in una lettura istantanea? In breve, ci sentiamo inventati o inventori? Dietro si intravedono scenari contraddittori: Bacon, la Campbell’s Soup di Andy Warhol, i Block dei particolari del corpo di Hannah Villiger, il ribaltamento della compostezza dei nudi integrali di Vanessa Beecroft.
La sua è un’immagine fotogenica, che riesce a dinamizzare l’immobile, a suggerire il non visibile, a dare un colore all’inesprimibile, a rendere seducente l’indecente, sentimentale, lo scandalo.
Francesco Arena, come apprezzerebbe Roland Barthes, lavora all’ambiguità dello spessore.
E la dimensione musicale come entra nel suo lavoro?…come un imprescindibile tappeto sonoro. Sta diventando una connotazione del foto/video/performer genovese, sempre più intensa nei ritmi di cattura delle immagini e sempre più irradiata nel continuum delle sue estasi video, quella della sonorità, al punto da avviare e promuovere, quasi programmaticamente, sue collaborazioni con esponenti internazionali di musica Ambient e di elettronica/sinfonica. Valga per tutte la sua recente, coinvolgente esperienza di una concertazione visivo-sonora, Anatomy of Melancholy in prima assoluta italiana, 12 febbraio 2004, nella grande sala del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova, con William Basinski (Houston, Texas, 1958, attivo a New York), compositore di ambient elettronico sperimentale, in collaborazione con il video/artista, di Los Angeles, James Elaine. La stessa presenza live di Arena, in azione con la videocamera, davanti alla monumentalità geometrica della sua installazione di 400 frame, tratti dai video-erotismi liquidi di Circular Bodies (lavoro strutturato appunto con la colonna sonora originale di Basinski), durante il mixage di improvvisazioni e frammenti di repertorio del’artista americanol, non ha cessato di far emergere la sua attitudine, anche body, ad entrare in sintonia, tramite il suo linguaggio visivo di riprese e scatti, con le espansioni dell’ambient.
E’ pensabile che altrettanto avvenga nel rapporto sinestetico con i sussulti e le scosse della electro-music. Obiettivo primario dell’artista sembra essere quello della pratica di una circolarità del linguaggio e di un’assunzione parallela anche degli strumenti di comunicazione e diffusione dell’arte nei canali della sonorità. E' proprio nella musica electro e nella performance che Arena affonda il progetto multimediale co-firmato con gli artisti genovesi CORPICRUDI (Samantha Stella e Sergio Frazzingaro). AMC Arena M-eats Corpicrudi (2005-2006) prosegue l'interesse per i linguaggi trasversali del videoclip musicale (soundtrack firmato Mass_Prod) e del reality show televisivi in una stratificazione a scatola cinese di eventi e supporti, in primis video-performativo, e ancora fotografico ed installativo.
Il risultato finale e', oltre una serie fotografica dedicata, un film ad episodi dove personaggi indagano disagi e coesistenze ermetiche ed estremizzate dai colori ed inquadrature che esaltano un linguaggio pop anni '80. Dopo un numero vastissimo di presentazioni in svariati contesti artistici e musicali (compreso il tour mondiale del gruppo femminile inglese Client), il progetto si conclude con un episodio girato presso il Centro per l'Arte Contemporanea L. Pecci di Prato e qui ambientato in un'installazione site-specific. Ancora una volta Arena impugna la sua videocamera indagatrice che spesso passa a pochi millimetri dal corpo dei protagonisti offrendosi allo spettatore in un orgasmo di visioni ricavate da multiple videocamere presenti nella scena.
Ma e' con l'ultimo progetto Respiri/Breaths 08 (2007-2008) che l'esigenza di accostare un tappeto sonoro alle immagini video/fotografiche diventa evidentemente monumentale: l'artista riprende e conclude la serie di video Respiri ottenendo la collaborazione di 23 musicisti internazionali con nomi di tutto rispetto nei diversi generi musicali (ambient, tecno-electro, sperimentale, contemporanea). Le musiche, tutte originali ed appositamente composte (tra i nomi ricordiamo Andrea Chimenti, Elio Martusciello, Gianluca Becuzzi, sino ai piu' estremi Adriano Canzian e Mount Sims o i giapponesi Cirqular e i giovani More, Japanese Gum e Coniglio Viola) accompagnano bicromatiche ossessioni di 23 volti respiranti dietro un vetro. Il rosso domina la scena, emozioni nascoste irrompono tra le note cercando un varco nel vetro che sempre piu' sottile divide il performer dallo spettatore.
E' con il libero adattamento del Ritorno di Ulisse in Patria di Giacomo Badoaro (pièce del 1640) eseguito dalla francese Maria Castro, che il progetto assume la sua connotazione più aulica in discrasia con le immagini spesso inconsapevolemente erotico-sensuali dove occhi e labbra di volti maschili e femminili sembrano urlare parole incompiute.
Una serie di videostills accompagnati da frasi a tema attinte dalla letteratura classico-decadentista (Wilde, D'Annunzio, Baudelaire...) inchiodano le emozioni in un attimo infinito.
I 23 video che compongono la serie vengono presentati in diversi contesti teatrali/musicali/architettonici (ricordiamo il magnifico Teatro Subasio di Spello alle spalle dei capolavori del Pinturicchio nella chiesa di Santa Maria Maggiore, e ancora il salone del Museo Diocesiano di Milano o le mura del genovese e suggestivo, Forte Sperone).

Respiri/Breaths e' la degna consapevole conclusione di un lunghissimo periodo di collaborazioni dell'artista. Ossessioni rincorse e condivise per anni.
Sperimentazione estrema dell'immagine assediata.

Viana Conti
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