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Immagini » Fine Art » Scheda Progetto

Appunti Estivi
Autore: Stefano Parrini - Pubblicato il 20/07/09 - Categoria Fine Art
Piombino, Parco della Sterpaia, un’estate ormai lontana, con la spiaggia, le onde, i bagnanti, il sole, le ombre. Ed ancora, proprio sui protagonisti, accanto alle loro cose – costumi bagnati, racchette, brandine - degli appunti scritti inerenti col prossimo destino di rappresentazione fotografica, oppure una data, ma anche dei grafismi apparentemente indecifrabili.
Su buona parte delle superfici impressionate (continuo è, peraltro, il ricorso alla doppia esposizione) è stesa, inoltre, una velatura di colore, come un mascheramento o, forse, una sottolineatura, quasi a contrassegnare, con differenti tonalità di interventi acquerellati, le diverse atmosfere degli istanti ripresi.
Sembra di avere di fronte un insieme di vecchie fotografie, conservate come appunti sommari, utili per ricordare, ma le contaminazioni linguistiche accennate e la predisposta sequenzialità del lavoro ci impongono, invece, una lettura capace di individuare il momento/tentativo di riflessione e di analisi, sorta di promemoria di ciò che si dovrà dire di questa estate.
Già, “cosa” si dovrà dire di questa estate?
Si affaccia, per prima, alla memoria, almeno alla nostra, l’eco delle note di “una giornata al mare”di Paolo Conte, anch’egli “venuto a vedere quest’acqua e la gente che c’è, il sole che splende più forte, il frastuono del mondo cos’è” cercando “ragioni e motivi di questa vita, ma l’epoca sua sembra fatta di poche ore”.
Poi, affiora il ricordo, sommesso e struggente, di certo immaginare di Giacomelli, del “mare dei suoi racconti”, fatto di aeree visioni e raccolto (guarda un po’) con doppie esposizioni; e troviamo, pure, una citazione involontaria (?) di “felicità raggiunta, si cammina”, ma anche di “un amore”.
Infine, interviene l’autore ad allontanarci da queste plausibili ipotesi di lettura e confessarci il personale bisogno di ricongiungere attraverso le doppie esposizioni, le note di scrittura e le velature colorate, il continuo affiorare di sensazioni e ricordi ed il loro bisogno di ricomporsi in una sofferta ma cercata soluzione formale.
Quasi una presa di coscienza: “ad occhi chiusi queste immagini ritornavano ad esistere come appunti che si credevano perduti e si rendevano disponibili a giocare con la memoria”, dichiara l’autore. E che, aggiungiamo noi, come fogli di lavoro abbozzati o estratti di un diario personale, mostrano con evidenza il sorgere delle idee, delle emozioni, il loro formarsi ed offrirsi ai nuovi occhi per successivi sviluppi e considerazioni.
Effettivamente in queste immagini colpisce, forte ed immediata, la scelta formale adottata:
gli accorgimenti e le soluzioni scelti in funzione analogica ci restituiscono il dinamismo di queste storie sicché i ricordi e le esperienze ad essi connessi s’incontrano come l’onda e la spiaggia, come l’immagine formatasi nel sogno (ma l’autore preferisce il termine inconscio) e poi rivisitata nella rappresentazione fotografica.
Un procedere fotografico dalla chiara valenza narrativa e, nel contempo, artistica che muove dal desiderio di collegare i motivi esistenziali della presenza in quella spiaggia, in quel giorno e tra quelle persone, per cedere, fotogramma dopo fotogramma, all’identificazione di altre e più attuali percezioni che lasciano intravedere la contemplazione della giovinezza, un sospetto di tristezza, qualche nostalgia e, acuta, la sensazione di perdere quell’immagine del ricordo che, proprio come un appunto, si va formulando.
Leopardi e Montale insieme? Perchè no? Ricorriamo volentieri ai poeti quando la percezione della forma si fa complessa ed occorre la loro testimonianza creativa per penetrare l’originalità del linguaggio artistico.

Con queste premesse cerchiamo allora di leggere/capire “come” il nostro Autore sia approdato su questi appunti estivi.
Un antico bianco nero, innanzitutto, per dare sostanza all’aggettivo remoto e spessore al binomio fotogrammi/appunti; poi, un leggero prosciugamento dei luoghi comuni dell’estate (il sole sembra scomparire dentro un grigio di fondo trasformato, per l’occasione, in un planus per i caratteri scritti; uno sdoppiamento, infine, dei contorni quel tanto che basta a rendere la leggibilità sfuggente, a volta impegnativa, complessa. Ma tale difficoltà rinvia alla molteplicità delle scritture presenti che sembrano confliggere con l’intervento del colore a metà strada tra la cancellazione e la sottolineatura, cosicché solo la scelta sequenziale, nel suo complesso, risponde alle nostre domande e giustifica la forma adottata che pretende, per la natura del suo contenuto, una circolarità conclusiva.
Ci domandiamo, infine, il “perché” di questo lavoro, in cui avvertiamo il partecipato coinvolgimento del fotografo, e le risposte potrebbero essere tante: segnalare la poetica del ricordo basterebbe a riassumerle tutte. Ma non ci sembra che il desiderio di appuntare frammenti di memoria sia il solo significato che giustifichi la necessità del lavoro fotografico di Stefano Parrini.
Riteniamo, piuttosto, che proprio le sue indicazioni formali siano gli appunti da dovere prendere in considerazione: individuiamo così una filosofia dell’arte fotografica fondata sull’intreccio (della storia) e sullo sconfinamento (del tempo); e ci piace intravedere la risoluta volontà di restituire quella totalità dell’esperienza vissuta che l’univocità di un singolo linguaggio difficilmente può dare.
“Soltanto mediante la declamazione e la messa in scena esplicita dello sconfinamento interdisciplinare è possibile fondare un evento capace di pareggiare, in termini di accadimento reale, l’esistente” (A. Bonito Oliva).
Ci piace concludere con questa citazione ritenendola idonea a sintetizzare il perché di questa proposta fotografica: un desiderio di unire più linguaggi, più reperti, più scoperte, più affioramenti, e giustificarli in una narrazione formalmente nuova perché ricercata non nel ritrovamento del mero appunto ma nel gesto artistico grazie al quale ci si può riprendere “nelle ombre lontane di un sogno, forse in una fotografia, lontani dal mare, con solo un geranio e un balcone” (P.Conte).
Giuseppe Pappalardo
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