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Immagini » Reportage » Scheda Progetto

Brown As Sugar
Autore: Alessandro Gianoli Rossetti - Pubblicato il 22/02/11 - Categoria Reportage
Scuro come lo zucchero mascobado, dolce come la sensazione di dipendenza. Brown sugar è la droga attualmente più comune in india. Un oppiaceo che puoi essere fumato. Ma non è l’unica sostanza reperibile sul mercato.

L’eroina è costosa e, a detta dei tossici, quella che si trova è di pessima qualità. “La roba buona la prendete tutta voi” mi dice uno, intendendo che le sostanze stupefacenti di buona qualità vengono vendute nei mercati occidentali, dove c’è un maggiore margine di guadagno. I drogati qui si arrangiano con medicine contenenti oppiacei, che vengono sparate in vena, qualunque cosa esse siano.

Mi sono trovato più volte a parlare con persone impegnate nel sociale in India e davanti alla mia domanda, il più delle volte la risposta è stata sempre la medesima. Il problema delle droghe è considerato marginale, come non esistesse. L’argomento sembra quasi un tabù, sottovalutato, se non ignorato, dalla società, dai media e dal governo. Eppure, guardando sotto l’apparenza, la piaga è presente ed in crescita, neppure tanto nascosta.

Uno dei lati più affascinanti di Delhi è la sua complessità, che genera un vero e proprio senso di smarrimento per i Delhiwalla (cittadini di Delhi). Delhi può essere descritta come una città ghettizzata. Aree a maggioranza indu ed altre mussulmana; “enclave” a maggioranza etnica come Ashok Nagar, storico insediamento di rifugiati del Punjab; quartieri abitati da determinate caste, quali i distretti industriali per artigiani. Ogni piccolo gruppo mantiene un intimo legame con le sue origini, con i suoi riti, le sue divinità e feste religiose. Il tutto in un rapporto di mutua paura e sospetto con “l’altro”, lo straniero.

Camminando per il centro si vedono gruppi di derelitti che si bucano in mezzo alla strada, in una specie di isolamento in una città dove non esiostono luoghi isolati. A pochi passi da Red Fort, una delle attrazioni principali della città pattugliata da polizia e militari, si trova un’area chiamata Jamuna Bazar, dove i tossici vivono, dormono si fanno, anch’essi ghettizzati come gli altri abitanti di Delhi.

Sharan è una ONG specializzata nella riabilitazione ed il riavviamento al lavoro dei tossicodipendenti, che da diversi anni opera un centro di accoglienza proprio al centro di Yamuna Bazar. Presso il centro i tossici possono ricevere primo soccorso nella cura degli ascessi dovuti alle continue iniezioni, vengono distribuite siringhe pulite e pasti caldi. All’inizio il centro di accoglienza era stato progettato come luogo di disintossicazione, grazie ad un progetto di distribuzione di buprenorfina, una droga sostitutiva composta da oppiacei semisintetici che lavora similmente al metadone. Al tempo della mia visita c’erano circa 150 persone ancora iscritte al programma di distribuzione delle droghe sostitutive. Purtroppo i fondi disponibili non permettevano di allargare il servizio ad un numero maggiore di tossicodipendenti.

Sharan si compone di tre progetti: il centro di accoglienza Drop-in, quello di riabilitazione Rehab, e la Farm, una specie di comunità dove i ragazzi usciti dal Rehab possono continuare il processo di disintossicazione, ristabilendo contatto con la società e con il lavoro.

Generalmente un paziente entra al rehab dopo che sono stati per circa dai tre ai cinque anni in cura con droghe alternative, quali la buprenorfina.

Tutti gli operatori che lavorano presso sharan non possiedono una preparazione medica o psicologica specifica. Sono tutti ex tossici. Secondo Luke Samson, direttore della organizzazione, solo qualcuno che è stato un utilizzatore di droghe può capire pienamente un drogato. Ne conosce gli istinti, le sensazioni, e la psiche. Inoltre un ex tossico funziona come esempio positivo per il paziente.

La Farm è una vera fattoria con campi coltivati dai ragazzi in cura. Nella farm i pazienti, pur rimanendo protetti dal mondo esterno con le sue insidie e difficoltà, si trovano in un ambiente aperto e senza costrizioni. L’unico obbligo quello di portare avanti con rispetto i propri compiti, tra cui: il lavoro nei campi, la preparazione dei pasti e le pulizie delle camerate. Rajif, responsabile della Farm, la definisce la terapia del lavoro. Lo sforzo fisico tiene la mente impegnata, facendo sentire la persona produttiva ed orgogliosa di se. Questo allontana la depressione e la possibilità di ricadute.

A dire il vero la Farm non è un posto idilliaco, vi si respira spesso tensione, come è normale che sia se si mettono assieme un gruppo di persone con un passato da tossicodipendente. Rimane un luogo di passaggio, una frontiera tra un prima, un dopo o una ricaduta. Molti dei ragazzi lo dicono e lo sanno, una volta fuori di li rimanere puliti sarà difficile. Questa paura/attesa si vede nei loro visi, mai completamente felici.

Nel loro animo regna la solitudine. Quasi tutti hanno storie di famiglie spezzate alle quali non possono tornare. Il solo fatto che io passassi tanto tempo con loro era motivo di felicità. Non sono più abituati a qualcuno che s’interessa di come stanno.

Stephan è l’unico dei pazienti nella Farm a parlare Inglese. Mi da subito una specie di confidenza distaccata, ma poi entriamo in sintonia. Probabilmente perché per la mia nazionalità: è stato un certo Lorenzo, un ragazzo Italiano che lavorava come volontario presso il centro di Maria Teresa a Calcutta, ad aiutare Sthephan a fare il primo passo nella sua lotta contro l’eroina. I due s’incontrano a Goa, dove Lorenzo decide di passare qualche giorno di vacanza e dove Stephan si è rifugiato non potendo più rimanere a Calcutta a causa di problemi con la giustizia. Al tempo Stephan lavorava in qualche struttura alberghiera e continua ad assumere ingenti quantità di brown sugar ed eroina.

Lorenzo propone a Stephen di fargli da guida. Durante i giorni che seguono Lorenzo si accorge della dipendenza di Stephan e, avendo anche Lorenzo perso il fratello per la medesima ragione, decide di fare qualcosa. Convince Sthephen ad entrare in un centro di disintossicazione e gli paga i primi mesi di cura. I due si separano, ma Stephan non ha mai dimenticato quell’Italiano.

Stephan è nato in una famiglia agiata. Quando gli chiedo come abbia iniziato assumere stupefacenti, mi parla della sua scuola, un istituto privato di religiosi. Mi racconta di molestie sessuali subite da ragazzo, alle quali è seguito un periodo di depressione e silenzio che i dottori hanno curato con psicofarmaci. Accidentalmente Stephan ha colto il lato piacevole delle sostanze e da adolescente, ha perso il controllo.
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