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EVO Visio: un fotoracconto paesaggistico in analogico
Autore: hybrida contemporanea - Pubblicato il 15/11/14 - Categoria Mostre
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  Dal 28 Novembre 2014 al 03 Dicembre 2014 in provincia di Roma a Roma
A occhi chiusi l’alba è come il tramonto. Forse sono gli echi di incudine e martello a suggerire, fendendo l’aria con un ritmo antico e senza tempo, che l’alba è ancora lontana: saggia attende che il canto di cuculi e civette si riassopisca per accogliere il sole. A occhi chiusi è l’odore dell’aria a guidarci in luoghi troppo spesso ignorati, luoghi silenziosi, resi muti dal peso delle cose. Con il silenzio poi, chiudere gli occhi è ancora più facile, i pensieri rallentano, il ritmo serrante e frenetico del quotidiano si fa meno assordante; noi invisibilmente protetti, come proiettati in una bolla di sapone sospesa fuori dal tempo. Il tempo della sospensione è un dono prezioso, scintilla epifanica e rivelazione in cui la complicatezza della vita appare per un attimo risolta nella meraviglia di piccole cose: il profumo d’autunno, i legni arsi nel vento, la pioggia e le foglie cadute e il suono della campana, sospeso in un’ eco da tanto immutata. Il tempo della sospensione è anche rivelazione, perché tempo della riflessione, condizione da cui è possibile palpare il fascino della storia, del passato che ci lambisce magicamente attraverso le sue testimonianze: presepi di nebbia e pietre, preziosi di antiche meravigliose dimore, ricche e povere, sacre e profane, abitate dai volti rugosi che vi si affacciano, come se fossero li da sempre, come immortali custodi del tempo. È questa dimensione nascosta, quasi scomparsa, rincorsa e superata dal ritmo possente del progresso e del consumo, che l’immagine fotografica cerca di catturare: il suo occhio rapido si avventura in luoghi dai ritmi ancora lenti, e trova, senza cercare nulla; segue un raggio di sole che lo invita in un labirinto di vicoli antichi; respira, nell’aria c’è insieme il pioppo e il mare, ma questo è lontano: a tenerlo distante è la montagna. È da qui che parte il percorso, dall’ ombra della sovrastante montagna, per risalire lungo i fiumi. Un percorso che si fa nel suo divenire: scivola languido e curioso, guidato dalle stelle, misteriose e lontane, diretto verso luci ben più vicine, luci dai tremori tiepidi, calde dell’ umanità del ripetersi dei gesti, le luci che si accendono ogni sera, risplendendo fioche nel paesaggio assopito e scuro, governato silenziosamente dalla luna. Ecco la natura, cupa e meravigliosa insieme; il fiume ci racconta nel suo trascorrere continuo, della ciclicità universale di vita e tempo; l’acqua segue il suo percorso, come una vena vivida, che irrora i tessuti della terra, va raccogliendosi incessante in bacini vaporosi, si trasforma in cascate, corpo liquido continuo, in continua trasformazione, reso materia leggera e dorata da certi spiragli di sole intrecciati dai rami. Ogni passo è rumore di peso sui sassi, sull’erba, su strade battute una volta da uomini sui loro cavalli; pietre erose che accompagnano stanche il dipanarsi del tempo, mute solo all’apparenza: i loro silenziosi racconti si colgono frammentati nel vocio delle donne al mercato, nei giovani gridi impegnati in giocose rincorse, nel sottofondo che satura l’aria del suo nobile suono, quello quasi impercettibile dei vimini intrecciati che si mescola al sordo plasmarsi del ferro battuto. È proprio tra le mura umide di antiche officine, sorvegliate quietamente da salnitro e ragni, che fruga l’occhio stupito dell’uomo moderno: assuefatto al rapido, all’uguale, all’inodore di anonimi luoghi, viene travolto dal fascino potente di tradizione e passato, fascino che non obbedisce, pena la sua scomparsa, alle leggi livellanti imposte dal progresso, leggi pronte a impossessarsi dell’esclusività di ogni terra, minandone la memoria di tradizioni e cultura, ferendo le radici secolari dell’umana identità. Il fotografo è cavaliere errante, il suo destriero è l’immagine che cattura, la sua missione è riscoprire antichi luoghi diventandone il testimone, coinvolgendo tutti i sensi del fruitore che si proietta in una dimensione estranea alla concezione ordinaria del tempo. Ma l’intento di questo spirito curioso non conosce il limite di un puro edonismo sensoriale, formula un nitido appello alle nostre coscienze, le invita con eleganza al culto della memoria, a contrastare il rischioso oblio che offusca e recide i legami con il nostro passato. La fotografia oppone l’immagine impressa allo scorrere rapido del tempo ma l’impressione fotografica appare come nata in un farsi lento, attento a non tradurre in silenziosa immobilità il movimento naturale delle cose. La genesi della foto, come ricerca silenziosa del respiro della Natura, è frutto di un sapiente imprimersi della luce sulla pellicola, tecnica tradizionale ribelle alla rapidità onnivora con cui il digitale tende a catturare il mondo.
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